Sezione di Nazionale

Unusquisque Faber Fortunae Suae Est

 

I colleghi più anziani ricorderanno certamente un uomo politico del nostro Paese, divenuto il quinto Presidente della Repubblica, dal 1964 al 1971, Giuseppe Saragat, il quale attribuì la sconfitta elettorale del suo partito nelle elezioni politiche del 1953 al “Destino cinico e baro”. Si trattava evidentemente di una sorta di auto assoluzione per una sconfitta le cui ragioni, che ora non esaminiamo, erano ben altre e senza entrare nel merito delle reali motivazioni che potevano aver determinato l’insuccesso.

Ho fatto questa premessa per cercare di analizzare, brevemente e dal mio punto di vista tutto personale, lo stato di Inarsind e la sua “presa” sui Colleghi Ingegneri ed Architetti Liberi Professionisti.

E’ un dibattito aperto che è in corso in questi mesi nel Consiglio Nazionale del nostro Sindacato che, va detto, è presente in tante Province Italiane, ma con numeri poco soddisfacenti. Quali ne sono i motivi?

Nel nostro franco confronto spesso ci riferiamo alle domande che i Colleghi ci pongono nei nostri territori di competenza: che cosa state facendo per affrontare, se non per risolvere, questo o quel problema? Quali servizi potete offrirci? Come pensate di proteggerci in un mercato impazzito e che ci penalizza sempre di più? Molto spesso le questioni ci vengono poste da non iscritti ad Inarsind.

Non posso sottacere che tendenzialmente noi Consiglieri siamo inclini ad imputarci responsabilità – che certo ci possono anche essere – di scarsa incisività e presenza nelle diverse tematiche che i Colleghi ci segnalano con le loro più che giustificate lamentele.

“Che cosa possiamo comunicare di aver fatto concretamente sulle gare pubbliche, sulle tariffe, sulla concorrenza sleale…etc.? Sono quesiti fondamentali nei nostri dibattiti e nessuno di noi cerca mai alibi o giustificazioni per “chiamarsi fuori” rispetto ad essi.

Ebbene con queste brevi note vorrei riproporre una sorta di “approccio colpevolista” al problema: noi, Ingegneri ed Architetti Liberi Professionisti,  che cosa abbiamo concretamente fatto per evitare di cadere nello stato in cui siamo?

            Devo precisare che trovo non solo corretto, ma indispensabile che chi dirige una associazione debba interrogarsi se stia facendo tutto il possibile affinchè gli associati ne traggano giovamento e sia il critico più severo della propria azione. Sono però sempre più deluso dalla incredibile rinuncia della quasi totalità dei Colleghi a cercare nell’aggregazione il motore delle proprie sacrosante rivendicazioni e di affermazione della propria dignità professionale e finanche personale. Insomma devo dire che sono sempre meno convinto di imputare a noi Dirigenti del Sindacato la scarsità di risultati utili conseguiti per la Categoria, perchè a ben guardare, nonostante le nostre forze limitate, le iniziative che assumiamo non sono poche. Il vero problema è l’ascolto che riscontriamo nei nostri interlocutori.

            Ed allora non si può ignorare od eludere il dato fondamentale ed esistenziale del nostro Sindacato: la cronica e patologica carenza partecipativa dei Colleghi.

            A Vostro parere, se la CGIL invece che cinque milioni di iscritti ne avesse cinquemila da chi verrebbe presa in considerazione? La risposta negativa è scontata. E dunque, se su circa 180.000 Ingegneri ed Architetti Liberi Professionisti Inarsind raccoglie l’adesione di un ristretto manipolo di Colleghi, chi volete che , nonostante le iniziative che si intraprendono, dia ad esse riscontro concreto?

Cerchiamo di essere realisti: non voglio sottrarmi – e nemmeno gli amici Consiglieri – dalle responsabilità assunte, ma “non si fanno nozze con i fichi secchi”, non si tira di fioretto contro i carri armati! I generali senza truppa sono destinati alla sconfitta.

C’è chi dice: i Colleghi si iscrivono se vedono i risultati ottenuti. E’ vero l’esatto contrario: non ottieni risultati o ne ottieni pochi e modesti se non hai “numeri” consistenti da porre sul tavolo. Ed è qui che entra in gioco il mio “approccio colpevolista”: la sensibilità partecipativa della Categoria non c’è mai stata e continua a non esserci, nonostante continui a consumarsi ai nostri danni il “delitto perfetto” e quindi siano sempre più precarie le nostre condizioni professionali. Perseveriamo nel nostro individualismo auto distruttivo: questo imputo alla nostra Categoria, troppo chiusa in una sorta di torre eburnea della Tecnica e che non ha mai considerato la opportunità, anzi la indispensabilità del confronto sociale.

Non mi stancherò mai di insistere sulla assoluta necessità di abbandonare il persistente atteggiamento di isolamento perdente, che purtroppo ci caratterizza. Devo confessare che sempre più mi irrito quando un Collega si lamenta delle sue/nostre condizioni di lavoro, con un atteggiamento di sostanziale rassegnazione, ed alla mia domanda se è stato iscritto ad un Sindacato o vuole iscriversi ad Inarsind, la risposta è negativa. Avevano ragione i nostri antenati latini: unusquisque faber fortunae suae est, altro che destino cinico e baro!

 

 

Francesco Basso

Consigliere Nazionale Inarsind

 

 

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