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Frane e alluvioni: Era gia' tutto previsto?

Alla Natura si comanda solo ubbidendole. Quest’aforisma, di Francesco Bacone, segna il cardine della Tecnica. Contemporaneo di Galileo Galilei, come il Nostro Pisano sta alla Scienza, così il britannico Francis Bacon sta alla Tecnica. E poiché unica è la legge logica del Creato che la Scienza ha, da Galilei in avanti, come argomento di scoperta, così per la Tecnica, intesa come applicazione pratica della scoperta scientifica, unico è il modo di obbedire alla Natura per poter “comandare” alla Natura, cioè utilizzare la Natura per il miglior sviluppo dell’uomo. Sviluppo, dunque, e non profitto.

Da qui nasce la nobiltà della professione tecnica, che trovò e continua a trovare un ostacolo culturale per essere adottata, nella cultura generale, per quello che è e non per usarla a fini persi dal suo proprio, che è, ribadisco, di comandare alla Natura ubbidendole. Ciò è avvenuto perché, indipendentemente dalle loro volontà, questi due Grandi della Storia del pensiero scientifico furono contemporanei di quella rivoluzione culturale che nell’Europa imperversò al loro tempo: la Riforma e la Controriforma.

Il caso volle che uno, Galilei, nascesse e vivesse in una parte dell’Europa in cui prevalse la Controriforma e che l’altro, nascesse e vivesse nella parte dell’Europa dove si affermò la Riforma. La Tecnica fu così temuta, pur impropriamente, come conseguenza della Riforma. Ma Scienza e Tecnica rappresentano due facce della stessa attività del pensiero umano per conoscere e sviluppare il mondo in cui l’uomo vive. Infatti, entrambi, mettono al centro l’uomo come un fine e non come un mezzo.

Una triste riprova di come l’abbandono del mettere al centro della nostra attività l’uomo, inteso come il fine e non il mezzo, è rappresentato, per noi Italiani, da una data: il 4 novembre.
Il 4 novembre, per quelli della mia generazione, è una data che rappresentava un giorno di festa. Era la festa della Vittoria e delle Forze Armate, in memoria ed in rispetto dei lutti che portarono a quel 4 novembre 1918, giorno della vittoria anche italica della Prima Guerra Mondiale.

Era, dunque, un giorno di festa quella mattina del 4 novembre 1966, in cui si concretizzò l’alluvione di Firenze. In casa, per la verità, si concretizzò qualche ora prima, durante le prime ore di quel giorno, per la funzione di pubblico servizio svolta allora dal mio babbo. Erano le due della notte quando squillò il telefono. Il mio babbo rispose e seppe che la sottostazione elettrica di Varlungo era stata tolta di servizio perché l’acqua dell’Arno aveva quasi raggiunto l’altezza dei passanti dei trasformatori.

Frase sibillina per i più, ma che tradotta in parole più accessibili significava che al Nordest della Città (Varlungo è la zona che per prima l’Arno incontra nell’attraversare Firenze) l’Arno era ormai esondato. E che si trattasse di una cosa eccezionale lo si deduceva dal particolare riferito ai trasformatori: voleva dire che c’erano almeno due metri d’acqua rispetto al piano di campagna. La famiglia si riunì intorno al mio babbo che si vestiva per andare a svolgere il suo lavoro di mettere in sicurezza gli impianti di distribuzione dell’energia elettrica. Uscì di casa. Lo avremmo rivisto quasi 24 ore dopo, ma sano e salvo.

Come sani e salvi furono quasi tutti i fiorentini, pur alluvionati. Si contarono, purtroppo, 34 morti, che son sempre tanti, ma che appaiono un numero contenuto in riferimento alle dimensioni della catastrofe, basti pensare che molta parte di Firenze fu alluvionata fino al secondo piano delle abitazioni.
Non era un giorno di festa il 4 novembre 2011. Un’ideologica avversione antimilitarista, unita ad un presunto efficientismo imitativo, nella logica del fare come fanno gli altri, ha portato a che il 4 novembre 2011, anche a Genova non fosse un giorno di festa. E si è vista la differenza, purtroppo.

Un evento alluvionale molto più contenuto di quello del 1966 ha registrato 6 vittime, che si vanno ad aggiungere a quelle oltre dieci che la settimana prima il territorio di La Spezia e della Lunigiana avevano subito. Tanto per ristabilire le grandezze, la portata d’acqua dell’alluvione del ’66 fu di poco inferiore a 5.000 mc/sec: cinquemilametricubialsecondo, cioè 5.000.000 di bottiglie da un litro al secondo. Effetto in perdite umane: 34 morti. Alluvione di Genova, ricordiamoci, di un’alluvione che ha investito una parte della città di Genova, non tutta Genova, ha avuto come effetto di perdite umane: 6 morti.

Eccezionalità dell’evento, così si sono espressi i mezzi di comunicazione, dimentichi che in idrologia un evento è da considerare eccezionale se il tempo statistico dell’evento è superiore a 500 anni. Nel 1970, solo 41 anni fa, lì nello stesso posto del 4 novembre 2011 si era verificato lo stesso tipo di evento. Altro che eccezionalità. Un evento che si verifica con una frequenza inferiore a 50 anni deve essere considerato ordinario. E con tale consapevolezza ciascuno, per quanto gli compete, dovrebbe comportarsi di conseguenza. Ed invece cosa accade in confronto?

È evidente che ci sono state negligenze, sottovalutazioni ed incompetenze. Sia chiaro, qui non ci si vuol sostituire alla funzione della Magistratura, la quale ha come scopo di accertare il comportamento dei singoli in rapporto alle leggi. Qui si vuole richiamare l’attenzione di tutti sul fatto semplice e grande nello stesso tempo per cui bastano le parole di Primo Levi: la competenza non ha surrogati.
In nome di un profitto, che non provoca sviluppo ma lutti e disastri, come se la presenza antropica sul Territorio (in barba ad un dettato costituzionale di cui molti parlano ma di cui pochi praticano) fosse un disturbante accessorio, si è lasciato che incompetenti si appropriassero di un ruolo di tutela che i fatti affermano non esserci o esserci in misura non accettabile.

Sembra che le troppe norme fin qui varate si siano dimostrate utili per la burocrazia e poco per il Territorio. La parola “Territorio” con l’iniziale maiuscola è il termine burocratico con cui si vuole indicare qualcosa di ben complesso ed importante: uomini, donne, bambini che abitano, vivono, lavorano, producono, sognano immersi in un ambiente fatto di flora e fauna, di acqua, di terra di sostanze con cui l’esperienza millenaria ha insegnato a vivere e convivere, compresi gli agenti atmosferici. E gli Enti amministrativi territoriali dei Comuni e della Regione non hanno nessun ruolo in questa tutela del territorio?

Certo, Aulla, Borghetto o Monterosso non sono stati costruiti negli ultimi tempi. Ma le case spazzate via o certi edifici, perfino pubblici, chiaramente costruiti sulla golena dei fiumi sono cose della gestione degli ultimi decenni. Quindi, in discussione, deve essere messo il sistema legislativo che privilegia la burocrazia, le norme incomprensibili e i convegni in cui i funzionari regionali “spiegano” le leggi ai tecnici liberi professionisti, quest’ultimi nel ruolo di pubblico servizio di interfaccia tra il generico ed inesperto cittadino e la Pubblica Amministrazione.

Di sicuro, quando la legge è complicata, tanto che va spiegata, serve alla burocrazia e non al Territorio. Le leggi contro il Rischio Idraulico ci sono, ma non sono state rispettate. Possiamo dare la colpa ai singoli ma ciò non spiega quello che è successo. La Regione deve utilizzare le risorse umane e legislative privilegiando l’efficacia per il Territorio ed eliminando la ormai sterminata burocrazia che distrugge l’efficacia delle leggi. La logica del lavoro dipendente dei tecnici comunali è il naturale corollario di questa situazione. Perciò come ingegneri e architetti liberi professionisti, noi denunciamo, per ora inutilmente, il fatto che:

  • i tecnici comunali non hanno saputo, evidentemente, conseguire il risultato primo della loro ragion d’essere;
  • le provincie (quando hanno avuto deleghe nella gestione del territorio) sono state elemento di intralcio burocratico e non hanno saputo controllare gli abusi;
  • le regioni (in queste circostanze Liguria e Toscana) sono naufragate nella burocrazia [1]

Un esempio tra i tanti che si possono, purtroppo, raccogliere dal Territorio. La progettata stazione dell’Alta Velocità sotterranea di Firenze sostituirà, nel traffico nazionale, l’attuale stazione di S. Maria Novella. Quando nel 1935 si decise di realizzare quest’ultima, la quota di costruzione fu determinata, come ovvio, dalla quota dei binari. Tra i vincoli di quella quota stava anche che l’infrastruttura dovesse essere indenne in caso di alluvione. E l’esperienza del ’66 ha dimostrato tutta la correttezza della prescrizione ben osservata.

Ora si realizza la nuova stazione, che sarà realizzata a una quota ben inferiore a quella del letto dell’Arno, spendendo oltre un miliardo di euro di pubblico denaro. Senza però avere speso prima i circa 200 milioni di euro che avrebbero risolto la sicurezza contro la piena duecentennale (senza parlare degli 1,5 miliardi di euro necessari per la messa in sicurezza dalla piena cinquecentennale).

Non è un capriccio del destino, ma tutte le notazioni storiche ci raccontano che tra gli ultimi giorni di Ottobre ed i primi di Novembre si registrano condizioni di clima che costruiscono una forte depressione in una zona del mar Ligure che interessa dal litorale di Ponente della Liguria alla costa della Maremma Toscana. La zona che viene colpita dipende dall’effettiva direzione locale dei venti: se prevale il libeccio deve temere più la Toscana e un po’ meno la Liguria, se prevale lo scirocco temerà di più la Liguria, e un po’ meno la Toscana.

Il 4 novembre 2011 è prevalso lo scirocco. Il fatto che i venti non rispettino il politicamente corretto è un fatto deprecabile quanto si vuole, ma non si tirino fuori baggianate come le variazioni climatiche e altre dello stesso tenore. La verità è assai più semplice e più tragica: in nome di una finta uguaglianza di progresso (e non di sviluppo!) si sono uguagliate le incompetenze.

Tacciano, dunque, tacciano, quelli che sostengono di poter conseguire una conoscenza filosofica senza aver nozione della pina matematica. E chi mai oserà negare che con la sola guida della matematica si riesce a discernere il vero dal falso, e che col suo aiuto si amplifica l’acutezza dell’ingegno, e, infine, che, seguendola, è possibile percepire e comprendere tutto ciò che di vero si conosce tra i mortali?[2]

di Pietro Berna*

 

[1] Da un contributo del Dott. Arch. Alessandro Cinelli – Presidente INARSIND AREZZO

[2] Sileant, profecto, sileant, qui philosophiam consequi posse autumant absque pinae mathematicae cognizione. Ecquis unquam negabit, hac sola duce verum a falso dignosci posse, huius auxilio ingenii acumen excitari, hac denique duce quicquid inter mortales vere scitur percipi et intelligi posse?
[Galileo Galilei Opere, I p.401]

 

 

* Dott. Ing. Pietro Berna, Libero Professionista – Componente CN INARSIND già componente della Commissione Speciale VIA per le Grandi Opere Strategiche e già consulente dell’Autorità di Bacino dell’Arno

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