Sezione di Nazionale

Perché iscriversi e partecipare all’attività di un’associazione sindacale (Seconda parte)

Ovvero

L’orgoglio e la rabbia

di Pietro Berna

Un fatto che sempre più spesso viene constatato è la mancanza dell’immagine professionale dell’ingegnere e dell’architetto nei luoghi dove si forma la pubblica opinione. La presenza, negli organi d’informazione, delle così dette archistars se un effetto ce l’ha, è quello, controproducente, di rafforzare uno stereotipo di professionista che nulla ha da spartire con la realtà della professione. Si pone, in altri termini, la questione dell’essere e dell’apparire. Una questione che certamente sa di tempi passati, ma che si ripropone nell’oggi, con le sue inquietudini e le sue agitazioni. C’è chi  richiama il ’68. Si dovrebbe, più correttamente dire il ’69, coi grandi scioperi di Mirafiori. Chi come me l’ha vissuto e, quindi, lo conosce per esperienza diretta e non per aver letto o ascoltato ciò che i mezzi di comunicazione si sono affannati a raccontare sa bene  che noi, studenti della facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino, ci domandavamo e domandavamo quale professionista reclamasse la società e, di conseguenza, reclamavamo una nuova didattica, che contribuisse a renderci effettivamente preparati a sostenere il ruolo che la società ci avrebbe assegnato.

Cerchiamo ora, sulla stregua del discorso iniziato nel precedente articolo, di approfondire un aspetto poco conosciuto del nostro essere oggi liberi professionisti, ingegneri o architetti che siamo. Possiamo farlo attraverso un esempio, in apparenza, banale, quasi da esercitazione scolastica. Vedremo poi che le conseguenze che ne trarremo non saranno né scolastiche né banali. Consideriamo, infatti, il caso  di un compenso per prestazione professionale di 100 euro. Avremo la tabella seguente:

Compenso 100,00  
Contributo prev.le integrativo (*) 2,00 (*)Dall’01-01-2011 diverrà 4,00
Totale imponibile 102,00  
I.V.A. 20,40  
TOTALE 122,40  
Reddito imponibile 62,056 FONTE: Tabella 10 Bilancio consuntivo 2009
Imposta sul reddito professionale 17,888 Tale imposta, che corrisponde all’aliquota corrispondente al reddito medio dell’ingegnere iscritto Inarcassa (FONTE: Tabella 7 Bilancio consuntivo 2009- Reddito medio ing. = € 40.109,00 – arch. = € 26.325,00)
Totale fiscalità 38,288 Pari al 38,288 % del compenso; (*) 38,688% dall’01-01-2011

Abbiamo, dunque, un dato: a fronte del nostro reddito medio, noi produrremo, ceteris paribus,  una fiscalità diretta a favore dello Stato pari al 38,688% del nostro fatturato. Se riprendiamo il valore del nostro volume d’affari, dai dati di bilancio Inarcassa, troviamo che siamo “portatori” diretti di quale fiscalità? Il conto è abbastanza semplice: €(138.800.000,00*50)*38,688%= € 2.684.938.000,00. Insomma, in defintiva, sulla base dei dati ufficiali del Bilancio consuntivo di Inarcassa, abbiamo trasferito dalle tasche del generico cittadino alle casse dello Stato l’1,678 % del p.i.l.! Questo è l’essere. E, poiché i dati di partenza corrispondono a 66.875 ingegneri iscritti Inarcassa, il valore medio portato alle casse dello Stato, sarà pari a € (2.684.938.000,00: 66.875)= € 40.148,06. Qualche lettore, giustamente, potrà osservare che questo conto sia affetto da qualche imprecisione ragionieristica, ma qui mi preme individuare l’ordine di grandezza del problema di cui si tratta. Tanto per dire: un lavoratore dipendente, per portare allo Stato uno stesso valore di fiscalità, deve avere un reddito imponibile pari a € 109.252,57. Ma non basta. Per quel reddito imponibile del lavoratore dipendente è la risultante fra il suo compenso effettivo e le detrazioni fiscali che per i lavoratori dipendenti sono diverse (e ben superiori!) a quelle ammesse per i lavoratori autonomi. Ma non basta! Infatti, in linea di principio, se prendiamo in considerazione ciò che si dà allo Stato, dobbiamo, per equità, prendere in considerazione quello che lo Stato restituisce. Il lavoratore dipendente, che pur lamenta un insufficiente “riguardo” nei suoi confronti, ha dei servizi e delle garanzie per niente trascurabili. Voglio riferirmi all’assicurazione contro gli infortuni, la copertura del reddito nei casi di malattia, la copertura del reddito nei casi di inabilità temporanea e, soprattutto, la garanzia della certezza del pagamento del corrispettivo, con l’annesso istituto della cassa integrazione guadagni! Non deve gareggiare contro colossi economici per una miseria d’incarico. Ma non basta! Dove sono i finanziamenti agevolati per l’ingegnere libero professionista? Li dobbiamo ancora vedere, se mai li vedremo. Ma quei lettori che, come chi scrive, esercitavano la libera professione all’inizio degli anni ’80 ricorderanno come, per esempio, l’Artigiancassa, con i fondi statali, fornisse all’artigiano mutui al tasso annuo dell’1% (unopercento). Fa sorridere, in confronto, come Inarcassa, disponendo solo di fondi propri e non di fondi statali, pretenda l’1% per uno slittamento di  pagamento di quattro mesi! Basta qui? No! Non basta. Non basta perché nei confronti del lavoratore dipendente il “suo” Stato non impiega le risorse finanziarie per togliergli il lavoro, come invece fa con gli iscritti di Inarcassa, né paga i concorrenti del suo posto di lavoro (mi riferisco al compenso aggiuntivo del 2% agli uffici tecnici che questo Governo ha pensato di reintrodurre), che intascano e poi affidano, magari a € 15,00 l’ora, il lavoro al malcapitato di turno con un incarico di consulenza.
In conclusione, a fronte di ciò che portiamo al nostro Stato, lo Stato ci restituisce ben meno di quanto portiamo.
Da qui il titolo che richiama l’orgoglio e la rabbia. Partiamo dall’orgoglio. L’orgoglio di liberi professionisti che sanno realizzare ciò che si propongono di realizzare. Ma occorrerebbe maggior consapevolezza di quello che siamo, di quello che valiamo: il dato medio che ho qui sopra riferito ci porrebbe in posizione egalitaria con i più alti livelli delle gerarchie ministeriali. Ed invece, accettiamo di fare la coda ad un ufficio pubblico, dove, non sempre ma spesso, il nostro interlocutore ne sa meno di noi ma pretende di insegnarci come e cosa dobbiamo fare (e guai a chi non si adegua); oppure dobbiamo subire (e pagare) corsi di “specializzazione” (sicurezza, certificazione energetica, e assimilati) dove molto spesso i docenti ne sanno meno di noi obbligati discenti.  E la rabbia. La rabbia di non essere quella categoria che, unita, sgominerebbe ogni tentativo di speculazione finanziaria sul nostro Stato, farebbe aumentare il p.i.l. senza aspettare disastri e/o terremoti, dove la qualità della vita di tutti sarebbe sicuramente migliore. Accadrà mai? Non lo so. Ma so che se mai accadrà, ciò avverrà perché i liberi professionisti si saranno mostrati uniti e decisi come un corpo unico.
(continua)

Scaglioni reddito 2010 Aliquota Irpef lordo 2010
da 0 a 15.000 euro 23% 23% del reddito
da 15.000,01 a 28.000 euro 27% 3.450 + 27% sulla parte eccedente i 15.000 euro
da 28.000,01 a 55.000 euro 38% 6.960 + 38% sulla parte eccedente i 28.000 euro
da 55.000,01 a 75.000 euro 41% 17.220 + 41% sulla parte eccedente i 55.000 euro
oltre 75.000 euro 43% 25.420 + 43% sulla parte eccedente i 75.000 euro

In teoria si dovrebbe considerare l’importo dell’IVA in detrazione. Il fatto è che di IVA detraibile, per il nostro specifico lavoro ce n’è molto poca, per non dire che è nulla. L’indetraibilità parziale dell’IVA sull’auto, sui telefoni, sui treni, fanno si che fatto 100 l’importo dell’IVA in debito, l’ingegnere libero professionista abbia meno di 6 di IVA in credito. Pertanto, per i fini che si pone questo scritto è corretto considerarla, appunto, nulla.

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